Il Primo Colloquio con lo Psicologo si paga
By: Stefania Rebuscini
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Il Primo Colloquio con lo Psicologo si paga
Il primo colloquio con lo psicologo equivale ad una visita specialistica, si chiama colloquio clinico.
Il primo incontro si paga perché è richiesto un intervento professionale, e inoltre il primo incontro non è “conoscitivo” ma è un “colloquio clinico”. Fa una grande differenza.
Una domanda stranamente frequente che viene rivolta allo psicologo-psicoterapeuta, posta da chi telefona per prendere un appuntamento e per richiedere un “incontro conoscitivo” è quella sulla gratuità o meno dell’incontro.
Il primo appuntamento con lo psicologo-psicoterapeuta si paga perché è il fondamento per tutto quello che eventualmente verrà dopo; l’attenzione, l’impegno, il tempo, la consulenza e il coinvolgimento empatico del terapeuta durante il primo incontro sono al massimo livello. Spesso ha anche una durata di tempo superiore alla norma.
L’incontro “conoscitivo”, si può fare al bar con uno sconosciuto che non sappiamo se poi vorremo continuare a frequentare, il primo “colloquio” con lo psicologo, o con lo psicoterapeuta invece, equivale ad una visita specialistica e quando si va per la prima volta da un oculista, o da uno psichiatra si paga senza porsi assolutamente il dubbio che forse sarà una visita gratuita.
E’ vero che, ultimamente, la figura dello psicologo- psicoterapeuta, in molti casi, assomiglia più ad una figura manageriale che cerca di incrementare la propria clientela che non a quella di chi ha intrapreso un percorso di studi molto lungo e faticoso per “vocazione” quella cosa per la quale ci si sente portati, “chiamati”. Per essere dei bravi psicologi e psicoterapeuti, e per chiunque svolga professioni “di aiuto” non si può ovviare a questa peculiarità. Inoltre per lo psicoterapeuta le persone che incontra rivestono il ruolo di “pazienti”, dei quali prendersi cura e non di “clienti”, ai quali vendere beni materiali.
La “vocazione” è qualche cosa che viene dal profondo, così come solo nel nostro profondo possiamo riuscire a rintracciare quelle vecchie ferite dolorose che mal si rimarginano e che a volte si riaprono. Lo studio è molto importante, ma se non si ha la capacità di utilizzare le proprie esperienze di sofferenza (le ferite dell’anima) come possiamo riuscire a comprendere la sofferenza degli altri, di coloro che chiedono il nostro aiuto? Se noi stessi non abbiamo mai affrontato le difficoltà della vita, gli abbandoni, le ansie, le crisi che continuamente ci si presentano, non credo che si possa entrare veramente nella profonda “empatia” con l’altro. Bisogna essere dotati; disposti interiormente all’ascolto, alla comprensione e all’interesse genuino per il paziente, solo così si può iniziare l’instaurarsi della “buona relazione” alla base di ogni guarigione, in psicoterapia ipnotica si chiama “rapport”.
Chi si rivolge allo psicologo o psicoterapeuta, richiede un intervento professionale. Il primo incontro è il più importante, è infatti, durante il primo incontro che il paziente racconta la sua storia, e il professionista deve essere in grado di cogliere ogni minima sfumatura sia verbale che non verbale del probabile paziente che sta chiedendo “aiuto” allo specialista per formarsi già un’idea di “diagnosi”.
La “comunicazione non verbale” che grossomodo corrisponde all’80% della comunicazione globale è fondamentale per la comprensione del senso di quello che il paziente ci porta, i gesti, il tono di voce, gli sguardi, l’emotività, il modo di sedersi, etc.. Il linguaggio parlato a volte vale solo come aria fritta.
Il bravo professionista deve essere in grado di cogliere già da subito quale sia la vera richiesta del paziente che a volte in preda all’ansia fuorvia sè stesso dalle sue reali problematiche, quindi lo psicologo-psicoterapeuta deve essere in grado di fare innanzitutto la cosiddetta “analisi della domanda”, e vagliare poi se sarà il caso di intraprendere un percorso di psicoterapia, nel caso proporre già un progetto terapeutico.
Non è credibile che si possa essere dei bravi professionisti e al contempo svilire, squalificare e denigrare l’importanza sia della propria professione nel primo incontro, insinuando l’incapacità di farsi carico già da subito dei problemi del paziente dimostrando una grossa insicurezza personale nonché il dubbio sulla propria capacità professionale, degradando il “primo colloquio clinico”, sul quale all’Università si studiano diversi volumi dedicati solo a questo argomento, a banale “incontro conoscitivo” per di più gratuito.
E’ giusto, deontologicamente corretto, far pagare il primo colloquio.
Ma anche vendere pacchetti di sedute come al supermercato con la formula del 3 x 2 è sostanzialmente un atteggiamento di screditamento di sè stessi e anche dannoso per l’intera categoria che comprende professionisti seri e preparati, che non hanno il timore di non potercela fare con qualche paziente, adottando la regola dell’incontro conoscitivo più per deresponsabilizzare sè stessi, usando anche una sorta di manipolazione che potrà influenzare il comportamento del paziente. Non è sicuramente un atteggiamento serio, tanto meno professionale.
Chi intraprende un percorso di psicoterapia fa un “investimento” su sè stesso, non va semplicemente a spendere soldi come se andasse alla spa, o in palestra. Si investe non solo del denaro ma anche in tutte le proprie abilità, capacità e volontà di “crescita”. Metaforicamente si piantano i semi per quelle che diventeranno prima piantine e poi piante sempre più robuste con radici sempre più salde. La “crescita individuale” è sempre implicita anche nel trattamento di vere e proprie psicopatologie. Le richieste di gratuità da parte dei pazienti ci danno anche la misura dell’importanza che questi danno a loro stessi e all’importanza della cura di sé.
Per riassumere, quindi, con l’adesione alla gratuità, da parte del terapeuta si comunica all’eventuale paziente, la superficialità, il disimpegno, la mancanza di responsabilizzazione e soprattutto il dubbio sulle proprie capacità e competenze professionali di comprensione del disagio e dell’essere in grado di farsi poi carico del paziente col quale iniziare eventualmente la psicoterapia; una comunicazione esattamente contraria a quanto, invece, dovrebbe giungere al paziente.
Da parte del paziente, con la richiesta di gratuità, si comunica la stessa superficialità e mancanza di impegno col quale intende investire su di sé, sulla propria intenzione di evoluzione. Ci troviamo quindi fronte ad una relazione di “collusione”. Laddove le fantasie inconsce dell’uno sono rese possibili dalla risposta dell’altro. Una situazione nella quale il colloquio clinico e di conseguenza anche il successivo percorso psicoterapeutico è già segnato negativamente.
Per chiarimenti o per prendere un appuntamento contattare la Dr.ssa Stefania Rebuscini
