Caso di Autoinduzione Ipnotica come preparazione per l’anestesia e per l’intervento chirurgico
By: Stefania Rebuscini
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Caso di Autoinduzione Ipnotica come preparazione per l’anestesia e per l’intervento chirurgico
Autoipnosi per controllare l’ansia, Dr.ssa Stefania Rebuscini.
L’autoipnosi prima dell’intervento chirurgico per controllare ansia e paura preoperatoria è altrettanto valida dell’ipnosi eteroindotta. Come superare la paura dell’anestesia in sala operatoria.
Qui di seguito la relazione della Dr.ssa Stefania Rebuscini pubblicata su Rivista Italiana di IPNOSI E PSICOTERAPIA IPNOTICA anno 34° n.1 – febbraio 2014 A.M.I.S.I. Milano
Studiavo ancora all’Università quando, prima di sostenere l’esame di neurofisiologia, particolarmente impegnativo, dissi al Professore di essere molto ansiosa, nonostante avessi studiato tanto; lui si limitò a rispondermi: “medico, cura te stesso”.
Forse si riferiva alla figura mitologica di Chirone al quale si fa risalire l’origine della frase suddetta.
Nel mito greco Chirone era un Centauro, un maestro saggio che insegnava musica, matematica, astronomia, l’arte della guerra, la medicina e tutte le altre arti e scienze ai figli e alle figlie degli dei dell’Olimpo. Era anche un guaritore particolarmente dotato. Durante un banchetto di nozze, al quale i centauri erano stati invitati, scoppiò una rissa ed una delle frecce di Ercole, intinte di veleno, penetrò nella coscia di Chirone. Sebbene Chirone fosse un magnifico guaritore, non riusciva a guarire la sua ferita nonostante i ripetuti tentativi. Dopo una grandissima sofferenza, alla quale Chirone non poteva sfuggire con la sua morte, dal momento che, come figlio di Zeus era immortale, egli scelse di scambiare il suo posto con Prometeo, che era stato incatenato come punizione ad una roccia per aver rubato il fuoco agli dei a beneficio del genere umano. Questo scambio gli permise di rinunciare all’immortalità e morire. Chirone, la grande ambivalenza, la figura paradossale del “guaritore ammalato” che non può guarire sé stesso.
“Ho sempre affermato che esiste la possibilità di tradurre il limite individuale in una fonte di creatività; la mitologia è ricca di eroi portatori di “handicap”, come Sigfrido che aveva il suo punto vulnerabile sulle spalle, come Achille che aveva la sua fragilità nel tallone. Questa vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri viventi per il fatto stesso di essere venuti al mondo, ‘usciti allo scoperto’ fuori dal grembo materno, incide sulle nostre scelte culturali, ideologiche e sulla volontà di compiere imprese e battaglie impegnative per superarla”. (Carotenuto, 2000)
Il vero medico/terapeuta per poter curare non dovrebbe mai pensarsi separato dall’essere paziente egli stesso. Anche per il paziente dovrebbe succedere la stessa cosa, quando si ammala, andrebbe aiutato a trovare in sé stesso un guaritore interno la cui azione, confrontandosi con quella del medico, favorisca la nascita di un progetto e una strategia curativa destinata al successo terapeutico.
Una delle esperienze esistenziali più importanti che possano capitare ad un “guaritore”, come opportunità di confrontarsi profondamente con la propria emotività, con le proprie paure, con i propri limiti, con la capacità di accettare la propria vulnerabilità ed anche con il senso dell’impotenza, si ha proprio quando il medico/terapeuta diventa “paziente”.
“In ‘Tipi psicologici’ (1921) Jung ha cercato di farci comprendere il senso dell’espressione ‘completezza psicologica’, una meta irraggiungibile senza l’ausilio dell’esperienza e della consapevolezza. Lo sforzo che ognuno di noi dovrebbe compiere consiste nel non arretrare dinanzi alla possibilità di vivere nuove esperienze e, dopo che esse saranno state metabolizzate, interrogarsi sul loro significato. Solo così sarà possibile raggiungere il senso di una totalità psicologica”. (Carotenuto, 2000)
In altre parole, per conoscere sempre più a fondo se stessi, bisogna inoltrarsi proprio in quelle profondità soggettive proprie di ogni individuo ma che troppo spesso spaventano.
Il caso “limite” che vorrei di seguito descrivere è quello della sottoscritta, Psicologa, Psicoterapeuta Ipnotista.
Dopo un primo intervento per ‘correzione di alluce’ valgo al piede sinistro, ho subìto un secondo intervento, ad un anno di distanza, per lo stesso motivo al piede destro.
Pur non essendo medico, ma psicoterapeuta mi sono comunque trovata “dall’altra parte”, cioè nella posizione di paziente.
E’ una situazione molto difficile poiché quando il “terapeuta” diventa “paziente” ha più difficoltà degli altri pazienti ad “affidarsi” a chi lo cura, causa di ciò sono le sue stesse conoscenze e il ruolo che normalmente ricopre nella professione d’aiuto che ne innalzano le resistenze ad accettare prescrizioni, indicazioni o farmaci; quando le resistenze sono molto forti, come sono state nel mio caso, possono inibire anche l’azione farmaceutica analgesica.
Le prime difficoltà emergono già durante la visita, si percepisce la differenza tra il lettino medico, che sembra fatto apposta per far sentire rigidamente il paziente in posizione down, davanti al medico, che guarda il paziente dall’alto, molto diverso dalle comode chaise-longue o poltrone che spesso usiamo noi psicoterapeuti per far sentire da subito il nostro paziente “comodo”, a proprio agio.
Comunque, nonostante le suddette considerazioni ho deciso di affrontare il primo intervento, al piede sinistro, come una “paziente qualunque”, (senza ausilio di ipnosi o autoipnosi) proprio per mettere alla prova me stessa, approfondire esperienza e consapevolezza per dirla con Jung e di sottopormi alla prassi medica di routine che mi ha proposto il medico, Dr. Luca Lucente Chirurgo Ortopedico presso la Casa di Cura Nuova Itor di Roma.
L’anestesia, di tipo loco-regionale, prevede una premedicazione (sedativo) con 1 fiala di Midazolam da 2.5 mg.; si passa poi al blocco del nervo sciatico al cavo popliteo con ENS (elettroneurostimolazione) attraverso l’infiltrazione di 1 fiala di carbocaina al 2% e di 1 fiala di Naropina al 7.5%.
L’intervento chirurgico si basa sulla correzione del valgismo dell’alluce secondo la tecnica proposta da Austin che consiste nell’asportazione dell’esostosi del 1° metatarso, in un’osteotomia distale del 1° metatarso con lateralizzazione dell’epifisi distale del 1° metatarso e fissazione della correzione ottenuta con vite in titanio ed infine in una capsulo plastica.
Tutto ciò enfatizzato da un eccessivo investimento emotivo; dover obbligatoriamente “affidare il timone della mia barca ad un altro” è stato il primo vissuto molto pesante da sopportare, come sanno bene coloro che amano riuscire a tenere tutto sotto controllo.
Farsi poi “segare le ossa” nella mia mente è sempre stato associato al sacrilegio più grave che si possa compiere visto che per raggiungere lo scheletro, cioè la parte più profonda e struttura portante del “tempio dell’anima”, così ben protetto e schermato dalle strutture sovrastanti, nervi, fasci muscolari, pelle, bisogna incidere molto profondamente con gli strumenti chirurgici.
Ma prima dell’intervento vero e proprio bisogna affrontare quel momento critico di “passaggio” durante il tragitto dal reparto di degenza alla camera operatoria, dove per prima cosa ci si sottopone all’anestesia (che si svolge in due fasi). Qui aumentano tutte quelle sgradevoli sensazioni di aspettativa che sono l’ansia, la paura e in alcuni casi anche panico. In queste condizioni già sottoporsi all’anestesia rappresenta un problema causato da tutti quei meccanismi che si manifestano con la vasocostrizione, dovuta all’attivazione psicofisiologica dell’organismo che si evidenzia con un aumento del battito cardiaco, e con un aumento della frequenza respiratoria; ciò può far diventare “un’impresa” trovare la vena per introdurre un ago, attraverso il quale iniettare il sedativo, che come nel mio caso non ha dato l’effetto desiderato. Il resto è ancor più doloroso e difficile da sopportare poiché l’anestesia locale si pratica con un ago elettrodo indirizzato verso il nervo che deve essere addormentato.
Poi deve trascorrere un certo lasso di tempo per far entrare in funzione l’anestesia locale, quindi c’è ancora l’opportunità di preoccuparsi ulteriormente per quanto succederà dopo. Si è così verificata la situazione “imprevista” e cioè sentivo crescere in me la paura e ho chiesto all’anestesista altro sedativo che mi è stato somministrato, ma la mia coscienza si è iperattivata come effetto paradosso, e si è innestato il circolo vizioso negativo: paura – ansia – paura; sentire l’inefficacia del farmaco ha fatto aumentare ancora di più la paura e l’ansia, nonché la percezione uditiva con la quale si sono amplificati tutti quei rumori inquietanti che si possono sentire in una camera operatoria, tipo il ronzio della sega, finché il tutto si è concluso con un gran pianto liberatorio.
Il post-operatorio è stato particolarmente fastidioso, ad iniziare dalla notte successiva che ho trascorso completamente senza chiudere occhio, a causa di una notevole tumefazione al piede e nei seguenti tre giorni c’è stato un crescendo di gonfiore e dolore, nonostante l’uso di diversi tipi di analgesico, che hanno reso particolarmente difficoltosa la deambulazione.
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Dopo un anno, dovendomi sottoporre allo stesso tipo di intervento al piede destro, ho deciso di utilizzare prima dello stesso una autoinduzione ipnotica per superare prima la paura dell’anestesia e poi quella dell’intervento.
La perdita delle certezze induce a cercare nuovi percorsi, nuove strade, nuovi modelli di riferimento che rispondano alle nuove esigenze che si presentano di volta in volta.
Eppure è proprio grazie ai momenti di crisi che possiamo trovare la forza, la determinazione di cercare e trovare il nuovo.
La ricerca del nuovo, spesso, si accompagna al sentimento della paura; questo succede perché è molto più economico per la nostra psiche abbandonarsi ai vecchi, ma ben conosciuti schemi di riferimento, piuttosto che investire energie e fatica nel cercarne di nuovi.
Dell’utilità dell’ipnosi in sala operatoria, sia come forma di preanestesia che di supporto durante l’intervento si sono interessati anche articoli di stampa:
“Paura dell’anestesia? Due studi presentati ad Amsterdam, al Congresso europeo di Anestesiologia, dimostrano che l’ipnosi diminuisce la quantità di anestetici necessari e velocizza il recupero. Gli autori hanno coinvolto pazienti che dovevano subire piccole operazioni al seno o alla tiroide, ma i vantaggi sono certi anche in casi più seri. «L’ipnosi prima di entrare in sala operatoria può ridurre del 25 per cento la dose di farmaci, un dato di rilievo se l’intervento dura alcune ore» conferma Silvia Giacosa, Presidente dell’Amisi, l’Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi (amisi.it). «In più, agevola il decorso perché fa emergere le capacità di recupero individuali. Le applicazioni in ambito ospedaliero sono numerose: in sala parto, nella terapia del dolore acuto e cronico, in fisiatria e ortopedia». In Italia esistono molti reparti e medici che sfruttano le potenzialità della trance ipnotica.” (Giacosa, 2011)
E ancora: “…Presso l’Ospedale di Rivoli, l’equipe Urologica (…….) ha eseguito con successo, per la prima volta in Italia, una prostatectomia radicale, per tumore prostatico, in anestesia spinale (Dr. B. Barberis) con supporto ipnotico complementare (Dr.ssa P. Rosso). ………”. La trance ipnotica consente un maggior rilassamento del paziente durante l’intervento con conseguente agevolazione dell’atto chirurgico e rappresenta una tecnica non farmacologica di potenziamento dell’analgesia intra e post operatoria con riduzione dell’utilizzo di farmaci e una più precoce ripresa funzionale del paziente.”
(sito della Regione Piemonte: sanità, 2013 Torino)
In questi articoli, ovviamente si parla di ipnosi eteroindotta, è molto difficile trovare lavori pubblicati su autoinduzione ipnotica destinata a casi del genere.
“Al di là di ogni paradigma teoretico l’ipnosi resta per definizione la risposta ad un certo tipo di procedimento che può essere tanto di natura eterogena che di natura autogena.
Quest’ultimo aspetto, che viene definito autoipnosi, forse attira maggiormente la curiosità e l’interesse comuni per la presunzione errata che con essa ogni individuo possa somministrarsi in maniera autonoma suggestioni determinate per ottenere delle prestazioni personali secondo un proprio desiderio.
Per la verità, come credono molti autori, l’ipnosi di ogni individuo quasi sempre è ‘autoipnosi’, ma la sua spontaneità senza dubbio è diversa da quella che caratterizza quei momenti che potrebbero chiamarsi di sogno ad occhi aperti, nei quali la persona viene impegnata in un coinvolgimento di immagini e di pensieri che la estranea dalla realtà”. (Mosconi,1993)
“Non si può ignorare che due delle finalità principali dell’ipnosi sono lo sviluppo della trance e l’attuazione dello scopo terapeutico, e che entrambi questi obiettivi derivano dall’elemento relazionale il quale invece, per motivi ovvii, manca nel procedimento auto ipnotico”.(Mosconi, 1993) Con la pratica dell’autoipnosi si possono raggiungere stati di piacevole rilassamento, o di distacco dalla realtà, o anche un profondo senso di abbandono. “Il fatto che il soggetto ricopra nell’autoipnosi, in un certo senso, il duplice ruolo, attivo e passivo, dell’approccio giustifica la limitazione dei risultati terapeutici e delle stesse indicazioni cliniche”. (Mosconi,1993)
Non essendoci a disposizione un ipnotista, nella clinica dove sono stata operata, dopo averne parlato con il chirurgo ortopedico, che mi avrebbe nuovamente operato e che si è mostrato molto sensibile all’argomento, ho deciso di utilizzare l’autoipnosi, sapendo bene quale differenza ci sia tra essere ipnotizzati da un operatore col quale si instaura una relazione terapeutica basata sulla fiducia reciproca e finalizzata all’obiettivo terapeutico da raggiungere e utilizzare invece l’ipnosi come tecnica autoindotta.
Per facilitare le varie fasi dell’intervento ho utilizzato l’autoipnosi prima per raggiungere uno stato di rilassamento per ricevere il 1° trattamento anestetico (con sedativo) e poi, per superare la seconda parte dell’anestesia, con elettroneurostimolazione (si avvertono delle scosse elettriche dal pòplite fino alla punta del piede ogni volta che l’ago elettrodo tocca il nervo da addormentare ed è molto doloroso) ho approfondito la trance e usato la tecnica dissociativa, successivamente ho utilizzato ancora la dissociazione per superare la paura dell’intervento vero e proprio.
“Lo stato ipnotico non si approfondisce in modo graduale o continuo (….). In realtà esso fluttua. Il nostro corpo è ampiamente assimilabile a un apparato elettro-chimico, e persino nei suoi aspetti meccanici, per esempio il battito cardiaco, esso ha un comportamento di tipo ondulatorio. Questa caratteristica ciclica dell’ipnosi è in relazione ai cambiamenti di impulsi che hanno luogo nel cervello. Da ricerche circa gli stati alterati oggi conosciamo l’importanza rispettiva delle onde alfa, beta e theta. Qui vogliamo sottolineare che lo stato ipnotico varia secondo una sinusoide.” (Shone,1982)
Infatti, ci si può facilmente rendere conto nel corso di una stessa seduta di ipnosi, come in alcuni momenti si sia molto in profondità e in altri quasi vicini alla veglia, questi momenti si alternano.
“I neurofisiologi sono abbastanza concordi nel confermare una attività di fondo elevata del ritmo alfa, documentata dall’EEG, in ipnosi come manifestazione cerebrale di una distensione mentale maggiore”.(AA.VV., 1995)
Quello stato particolare, però che dà inizio alla trance ipnotica, è più simile allo stato del dormiveglia: “Questo stato, che è definito ipnagogico, è neurofisiologicamente caratterizzato da una accentuata presenza di onde theta, che precludono anche abbastanza rapidamente al sonno”. (AA.VV.,1995)
Un altro elemento molto importante nello stato ipnotico si basa sulla capacità di sospendere “l’esame di realtà”, cioè non analizzare il fatto di trovarsi in determinate situazioni o ambienti. Questa è la capacità specifica dell’emisfero cerebrale “non dominante”, quello della mente inconscia: “è la parte conscia (l’emisfero sinistro) che si occupa dell’esame di realtà. L’emisfero sinistro valuta criticamente tutte le informazioni sensoriali in entrata e le confronta con le conoscenze che ha accumulato in passato. Per riassumere: la parte conscia (l’emisfero sinistro) opera l’esame di realtà, l’inconscio (l’emisfero destro), no”. (Shone, 1982)
All’emisfero destro, o non dominante, appartiene la capacità dell’immaginazione, del sogno, della fantasia, della creatività. Chiudere gli occhi e richiamare un ricordo, oppure immaginare di trovarsi da un’altra parte, in un luogo particolarmente piacevole richiede di sospendere le facoltà critiche, cioè l’esame di realtà così che in quei momenti l’unica realtà veramente “reale” diventa quella che si crea in quel momento nell’immaginazione.
Durante la trance ipnotica l’emisfero sinistro (mente conscia-razionale) è quasi disattivato, mentre l’emisfero destro (mente inconscia) è più attivo.
“L’ipotesi più probabile e di avanzata interpretazione è che la trasduzione dell’informazione eseguita dall’emisfero destro, che è tipica anche degli stati emotivi e dell’immagine corporea, è collegata strettamente al sistema limbico-ipotalamico ed alla comunicazione mente-corpo, sia nell’effetto placebo che nell’ipnosi terapeutica. Attraverso questo percorso si svilupperebbe la capacità dell’organismo di produrre reazioni emotive e indicare tragitti particolari (pathways) con modifiche fisiologiche o biochimiche”. ( AA. VV., 1995)
Dal punto di vista tecnico non ho fatto altro che attuare quello che quotidianamente faccio con i miei pazienti durante le sedute di ipnosi, e cioè viaggiare tra gli “estremi” dei livelli di trance, questo mi consente di entrare ed uscire velocemente dallo stato ipnotico. Nello specifico ho utilizzato il rilassamento e la dissociazione, cioè quella condizione nella quale si riesce a distaccarsi dall’ambiente circostante, uscire da se stessi ed essere contemporaneamente in “altri luoghi”.
Ho iniziato l’autoinduzione ipnotica appena è arrivata l’infermiera che mi ha fatto sdraiare sul lettino col quale mi ha portato nella stanza adiacente alla camera operatoria, pochi minuti prima di ricevere l’anestesia. In questa fase ho utilizzato l’autoipnosi per raggiungere uno stato di rilassamento, dandomi dapprima suggestioni di calma, tranquillità calore e pesantezza in modo da predispormi nel modo più sereno possibile alla prima iniezione, quella con il sedativo. Ho continuato, poi, dandomi suggestioni per approfondire lo stato di trance, prima dell’elettrostimolazione, e ho cominciato ad estraniarmi dall’ambiente, inducendomi la dissociazione parlando mentalmente a me stessa come se fossi una mia paziente: “…mentre ti trovi su questo lettino puoi avvertire sempre di più crescere un senso di disinteresse per quanto succede intorno a te… l’anestesia sarà tanto più facile, indolore e breve quanto più riuscirai a sentirti come fuori dal corpo… puoi allontanarti e osservarti dall’esterno mentre l’anestesista fa il suo lavoro…” La mente cosciente parlava alla mente inconscia.
Superata questa fase, bisognava attendere che l’anestesia locale entrasse in funzione, circa 20 minuti, quindi ho approfittato del movimento sinusoidale della trance ipnotica e ho mantenuto uno stato più leggero della stessa, che mi ha consentito di interagire con l’anestesista, con l’infermiera e col chirurgo.
Non appena l’anestesia locale ha fatto il suo effetto, ha avuto luogo l’intervento. Nel passaggio dall’anticamera alla camera operatoria ho approfondito nuovamente lo stato di trance e ripreso la dissociazione questa volta immaginando di trovarmi nel “mio posto preferito” e come sopra ho ripreso a parlare a me stessa, come se fossi una mia paziente: “…adesso puoi di nuovo estraniarti… disinteressarti a tutto quanto succede intorno a te e ritrovarti in quel bel posto… che è il tuo posto preferito… ritrovarti finalmente nella tua vera realtà che conosci così bene, dove ti senti così bene… in quel bellissimo posto di campagna… puoi vedere come sia vividamente verde l’erba…. puoi sentirne il profumo… puoi ammirare i boschetti di pioppi che conosci tanto bene… e che hai fotografato tante volte… ogni volta aspettando una luce diversa…. e puoi ascoltare il rumore della natura… lo scorrere di quei piccoli ruscelli dove si riflettono, mossi dal vento leggero, i rami degli alberi…etc.”
Durante lo stato dissociativo, a volte aprivo gli occhi per vedere quello che succedeva intorno a me nella camera operatoria, potevo sentire le voci degli operatori intorno a me; vedevo, sentivo ma non mi interessava minimamente, non appena richiudevo gli occhi tornavo nell’altra realtà.
Solo a pochi minuti dalla conclusione dell’intervento, ho iniziato ad alleggerire la trance e dopo un po’ il chirurgo mi richiamava, dicendomi che era tutto finito.
Riesco facilmente, ormai, a usare la dissociazione come tecnica di autoipnosi, è uno stato psicologico molto piacevole perché vengono messi a tacere la critica e il giudizio, quindi nei momenti dissociativi realtà esterna e realtà interna possono coesistere contemporaneamente.
“La dissociazione è di somma utilità nell’autoipnosi perché permette di trarre vantaggio da quella che è chiamata la ‘logica della trance’. Con questo termine si intende semplicemente dire che, nello stato ipnotico, si può simultaneamente percepire se stessi in una certa situazione (…) e sapere di starsene invece seduto in poltrona, senza trovare in ciò alcuna incoerenza”. (Shone, 1982)
Tutti in varie misure e situazioni possono sperimentare la dissociazione nella vita quotidiana, come quando si compiono delle azioni in modo totalmente meccanico; sembra verificarsi una separazione tra il corpo che compie l’azione e la mente che è da tutt’altra parte.
“L’ipnosi è un processo che ci consente di percepire pensieri e immagini come realtà. Il risultato finale di questo processo, la vera sostanza dell’ipnosi, è la vostra esperienza di pensieri e immagini, un atto che avviene dentro di voi. Intendo dire che non ci può essere ipnosi a meno che la persona non ipnotizzi se stessa partecipando attivamente e volontariamente al processo. In quel senso, tutta l’ipnosi è autoipnosi”. (Soskis, 1987)
Immaginazione e creatività, sono ingredienti indispensabili per le diverse applicazioni dell’ipnosi sia essa etero indotta che autoindotta. Il tutto è stato agevolato dal fatto di essermi recata più volte, prima dell’intervento, a “visitare” la clinica, in modo che questa diventasse un luogo conosciuto, quasi familiare. “Impegnarsi in un’unica direzione e sfruttare solo una minima parte delle risorse di cui siamo dotati, significa compiere un grave errore e condannarci senza volerlo a una drastica limitazione conoscitiva”. (Carotenuto, 2000)
Questo secondo intervento, ha avuto una durata inferiore rispetto al primo, di almeno 10 minuti.
Il secondo post-operatorio, è stato caratterizzato da una minima tumefazione del piede e una scarsa componente algica, non mi ha dato fastidi o dolori particolari come invece nel precedente. Ho continuato, questa volta ad utilizzare l’autoipnosi anche come analgesico nei giorni seguenti, quando come al solito, i farmaci non mi aiutavano.
Inoltre, ho ripreso la deambulazione molto prima rispetto al primo intervento.
Provare su se stessi determinate esperienze, credo che sia indispensabile per comprendere meglio gli altri: rimanere sempre strettamente in contatto con le nostre ansie e paure è proprio il segreto per riuscire nella nostra professione di aiuto.
“Il dolore dell’anima è penetrante e tagliente come un dardo, colpisce sempre in profondità, lasciando tracce indelebili e ferite mal rimarginate. Ma non attraversare l’esperienza del dolore significa rimanere ciechi e sordi dinanzi alla sofferenza altrui, una sofferenza che non potremo mai capire, nemmeno dopo aver letto i migliori testi disponibili sull’argomento o aver consultato tutti i super esperti del tema.
Per eseguire brillantemente un intervento, un bravo chirurgo dovrà prima essersi sporcato le mani molte volte. Così è per lo psicoanalista che però, a differenza del chirurgo, dovrà confrontarsi in maniera diretta con il dolore della sua anima, conoscerlo e cercare di superarlo”. (Carotenuto, 2000)
La capacità di trasformare in positivo, a proprio vantaggio, gli eventi più negativi che ci possono sconvolgere in qualunque momento della vita, sta nella creatività di ognuno. Così come fanno gli artisti. Traducono e trasformano (andando oltre l’interpretazione del fatto reale come appare nell’immediatezza) sia le loro esperienze di vita che i loro pensieri più intimi in un linguaggio condivisibile con gli altri, i quali possono comprendere il messaggio e rispondere emotivamente ed empaticamente all’opera artistica.
“Per rimanere fedeli a noi stessi e fronteggiare così la fragilità che ci accompagna sin dal momento in cui siamo venuti al mondo, occorre metterci quanto prima alla ricerca della ‘cura’ giusta, del rimedio più opportuno per la nostra anima. Essenziale ed efficace appare a tal fine ogni forma di creatività, ogni modalità espressiva di quello straordinario patrimonio di risorse racchiuso in ogni essere umano e definibile come ‘dimensione creativa’. Creare è uno dei rimedi più efficaci per gestire il disagio dell’anima, giacché, in genere, permette di concretizzare qualcosa di positivo, di bello o di utile, qualcosa che mostra in modo palese ciò di cui possiamo essere capaci. Sviluppare la propria dimensione creativa permette all’individuo di stare meglio con se stesso, imparando a convivere anche con gli aspetti meno amabili della sua personalità”. (Carotenuto, 2000)
Ho voluto testare su di me la differenza che c’è tra il subire passivamente un intervento chirurgico, ed essere, invece, come nel secondo intervento, parte attiva nell’aiutare me stessa. Con l’ipnosi neoericksoniana, caratterizzata proprio dall’utilizzo della creatività, poichè viene cucita addosso ad ogni singolo paziente, le applicazioni dell’ipnosi, quì autoipnosi, si possono modellare a piacimento anche su se stessi, quando si conoscono i propri canali preferenziali immaginativi e quando si è in grado di utilizzare la propria tecnica, che può essere di volta in volta personalizzata, per raggiungere lo stato di trance ipnotica desiderato.
Bibliografia su richiesta
Per prenotare una visita contattare lo Studio di Psicologia, Psicoterapia e Ipnosi della Dr.ssa Stefania Rebuscini
