Il Ruolo della Creatività nella Psicoterapia Ipnotica
By: Stefania Rebuscini
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Il Ruolo della Creatività nella Psicoterapia Ipnotica
Ipnosi e creatività, Dr.ssa Stefania Rebuscini.
Con la psicoterapia ipnotica si favoriscono il risveglio e lo sviluppo della creatività. L’ipnosi è utilizzata per superare la sofferenza psicologica e i momenti di crisi.
Di seguito la relazione presentata dalla Dr.ssa Stefania Rebuscini al XVII Congresso Nazionale A.M.I.SI. svoltosi a Milano a maggio 2018 e pubblicata su Rivista Italiana di Ipnosi e Psicoterapia Ipnotica anno 38 n. 2 – 2018. Atti del Congresso Nazionale A.M.I.S.I.
La sofferenza psicologica è uno degli argomenti che prevalentemente interessano la psicologia, questa può essere considerata come la sovrapposizione disordinata di emozioni che pressano più o meno prepotentemente per farsi strada ed esprimersi a livello dell’Io nelle modalità più bizzarre o in forma organizzata come sintomi, dando sfogo a una gamma molto variegata di disturbi o patologie più o meno pesanti.
Ma ciò che crea maggiore sofferenza non è la sofferenza di per sé quanto, invece, la forza con cui tentiamo di opporci ad essa.
Negli stati di sofferenza, si assiste al tentativo della psiche di sottrarsi alle spinte inconsce della propria vocazione, cioè di quel “significato” che dà il senso all’esistenza umana.
Il significato dell’esistenza di ogni individuo sta nella capacità di crescere, cioè favorire lo sviluppo della propria personalità; la non riuscita di questo obiettivo causa sofferenza, e il fallimento che ne deriva possiamo considerarlo un conflitto nevrotico. Il conflitto, generalmente ci fa entrare in crisi. Chiunque sperimenta nell’arco della propria vita periodi critici e il senso della crisi sta nel fatto di mandare le nostre convinzioni, i nostri modelli di apprendimento e di comportamento in confusione non trovando più riscontro o soluzione nei nostri schemi più collaudati.
Il primo passo da compiere per uscire dalla crisi consiste nel riconoscere questo stato, prenderne consapevolezza e poi accettarlo, se non accettiamo di immergerci in queste realtà, ma propendiamo ad evitarle, difficilmente ne usciremo.
Diversi possono essere i tentativi messi in atto per uscire dalle situazioni di crisi, ma solo quando troviamo soluzioni nuove, nuovi schemi, nuove idee, possiamo uscire dai momenti di impasse, e in questa ricerca ci aiutano le nostre risorse e capacità creative.
Quando parliamo di creatività siamo portati ad associarla in primis al mondo dell’arte infatti, questo è sicuramente l’ambito d’eccellenza nel quale esprimersi in modo originale, non stereotipato.
Eppure la creatività è una dimensione della vita umana, che non fa di tutti “Leonardo da Vinci”, ma è lo stimolo per trovare risposte individuali nuove nel quotidiano anche in situazioni semplicemente ripetitive o banali, oltre che nei momenti propriamente critici.
Se consideriamo la creatività come un processo psichico riconoscibile in ogni individuo, anche se non in tutti in modo manifesto, e non di solo appannaggio degli artisti, ecco che essa diventa uno strumento sia per affrontare i problemi quotidiani che possono bloccarci in certe situazioni, ma anche una chiave per aprirci opportunità nuove nel percorso più ampio dell’intera esistenza. Ed è in quest’ultima prospettiva che la creatività può trasformarsi in un linguaggio rivelatore, un linguaggio di cui le emozioni possono approfittare per esprimersi, farsi conoscere e permettere agli addetti ai lavori di entrare in contatto diretto con situazioni, esperienze, stati d’animo, traumi e sogni rimasti irrisolti.
Dal punto di vista del collettivo, spesso si associa il modo di essere creativo al modo di pensare “non conformista” e quindi le persone creative sono frequentemente considerate ribelli, difficili da gestire, da controllare, tendono a voler uscire dagli schemi e dalle regole e di conseguenza nei luoghi di aggregazione quali possono essere la scuola o il mondo del lavoro, spesso vengono richiamate a un modo comportamentale più conformista, sono persone: “alle quali è davvero difficile dare ordini o suggerimenti. Proprio per questa ragione accade che le persone creative vengano etichettate dal collettivo come diverse o, comunque, guardate con sospetto, criticate, disprezzate” (Carotenuto A. 2013).
Il concetto di creatività varia secondo il contesto nel quale viene considerata, se ci riferiamo al campo dell’arte sarà prevalentemente associata all’originalità espressiva, mentre nella vita quotidiana è soprattutto data dalla capacità di adattamento alle circostanze mutevoli della vita. In generale, però, si considera la creatività come forma di pensiero flessibile e capacità di utilizzare strategie diverse, assumere punti di vista differenti. In questa ottica, la rigidità di pensiero, che caratterizza le forme nevrotiche ostacola il suo sviluppo.
Molti sono stati gli psicologi che hanno studiato, sottolineando caratteristiche diverse, lo sviluppo della creatività nell’individuo, tradizionalmente è stata osservata come caratteristica personale onde evidenziare quelle che sono le caratteristiche psicologiche degli innovatori.
Altri studi, hanno invece sottolineato come siano anche i fattori sociali e culturali che favoriscono il processo creativo, soprattutto in relazione alle innovazioni nel campo della scienza e dell’arte che sono state effettuate da persone che lavoravano in interazione tra loro, in gruppi, e non in modo isolato, condividendo le stesse idee, aspirazioni e conoscenze.
“Il movimento psicanalitico si sviluppò a partire dagli ‘incontri del mercoledì’ che si tenevano a casa di Sigmund Freud; più o meno nello stesso periodo, Albert Einstein e alcuni amici fondarono a Berna l’Accademia Olimpia, costituita per approfondire questioni di fisica e di filosofia. Dai Beatles ai fratelli Wright, dagli Impressionisti ai coniugi Curie, la storia delle collaborazioni è ricca di esempi” (Antonietti A., Molteni S. 2014).
Lo psicologo americano Keith R. Sayer (2007) studiando la collaborazione creativa tra artisti, in particolare in due settori: la musica jazz e l’improvvisazione teatrale, attraverso una tecnica definita “Interaction Analysis” è giunto alla conclusione che le collaborazioni creative di successo sono caratterizzate dal comune denominatore della condivisione da parte dei membri del gruppo di una “esperienza ottimale collettiva” che questo autore definisce “flow di gruppo”.
La sua definizione prende però origine dalla teoria del flusso che è stata proposta dallo psicologo Mihàly Csìkszentmihàlyi (1975), di cui Keith R. Sayer è stato allievo, che descrive Il flow come “una condizione mentale caratterizzata da uno stato affettivo positivo, elevata concentrazione, coinvolgimento, controllo della situazione, chiarezza degli obiettivi, motivazione intrinseca”. Secondo Csìkszentmihàlyi, la caratteristica peculiare di questo stato mentale è la percezione di sfide elevate nel compito che si sta svolgendo, bilanciate da capacità di azione altrettanto elevate per fronteggiarle. In quasi 40 anni di studi sul flow ha dimostrato che quest’esperienza è un ingrediente fondamentale della creatività.
Molti altri studi prendono in considerazione variabili diverse, la pedagogia contemporanea ha fatto sua l’idea che la creatività sia caratteristica non esclusiva delle persone talentuose, per dirla con John Dewey: la creatività è una capacità più che una dote innata, e quindi può essere educabile e sviluppata, per cui i contesti formativi in cui la divergenza viene promossa e sollecitata, aiutano a potenziare e rinforzare atteggiamenti e comportamenti creativi.
Donald W. Winnicott, pediatra e psicanalista britannico, descrisse il rapporto tra gioco ed atto creativo; il gioco rappresenta un’esperienza creativa e la capacità di giocare creativamente rende disponibile all’individuo la potenzialità della propria individualità che finalmente può esprimersi.
Il bambino impara attraverso l’oggetto “transizionale” a spostare la sua attenzione tra una realtà interna e una realtà esterna, cioè tra realtà soggettiva e realtà oggettiva. Nel passaggio intermedio quello di “trance” (qui da intendersi nel significato etimologico di passaggio) origina il modo di vivere creativo, che in età infantile si manifesta nel gioco e poi man mano che si cresce e si diventa adulti nella vita sociale e culturale.
L’autore descrive lo spazio rappresentazionale dove si manifesta la creatività come: “un’area di mediazione esperienziale all’interno della quale gli individui possono interagire creativamente con gli artefatti; uno spazio plasmato dai sistemi di pensiero collettivi e continuamente ristrutturato dalle esperienze di vita e dai processi comunicativi” (D. W. Winnicott 1971).
Possiamo quindi ampliare il concetto di creatività per intendere il modo soggettivo col quale l’individuo si relaziona col mondo esterno.
Alcune teorie psicologiche considerano la creatività come un modo di pensare, mentre secondo un diverso approccio, la creatività è considerata una caratteristica “della personalità e delle differenze individuali”. Vi sono alcune caratteristiche associate alle personalità creative quali “l’autonomia” che muove alcuni individui ad adottare atteggiamenti critici e stili di vita trasgressivi che non si conformano con la cultura di appartenenza, o ad inventare nuovi prodotti. Un altro tratto osservato è “l’introversione”, intesa come modalità di orientare la riflessione verso il mondo interiore. La “curiosità” è un altro elemento principe nelle personalità creative, essa è strettamente collegata anche allo sviluppo della “capacità immaginativa”, al desiderio di scoperta.
La capacità di mantenere vive in età adulta, alcune caratteristiche tipiche dell’infanzia, quali appunto la capacità creativa, la curiosità, il gusto dell’esplorazione, la giocosità, il senso della meraviglia e della sperimentazione viene definita come “Neotenia”, a questo proposito, il famoso psicoanalista, Aldo Carotenuto, in accordo con il pensiero di C.G. Jung, riteneva che la sofferenza psicologica nascesse dalla rimozione dell’impulso creativo e in tutti i suoi lavori ha sottolineato come la creatività sia lo strumento con il quale l’individuo possa districare l’intreccio psicologico che genera tale sofferenza.
La creatività intesa come energia psichica rappresenta la spinta alla trasformazione, comprendiamo come noi possiamo trasformarci, crescendo. Rappresenta la plasticità, la duttilità della nostra psiche che è naturalmente predisposta al cambiamento, quando invece il nostro pensiero si irrigidisce dietro schemi prefissati nasce il malessere, la sofferenza.
L’espressione artistica favorisce la scoperta della duttilità della mente, e anche quando non siamo apparentemente portati ad esprimerci creativamente, possiamo apprendere come fare.
La creatività, in quanto risorsa di espressività ha sede nell’inconscio. Il canale preferenziale di comunicazione con l’inconscio è appunto quello espressivo, l’inconscio ci manda i suoi contenuti sotto forma di sogni notturni, o di immagini, o di ricordi, parla il cosiddetto linguaggio analogico, cioè che non risponde alla logica razionale che spesso impedisce l’emergere di idee creative.
L’inconscio è uno spazio accessibile a patto che si disponga della chiave adatta ad aprire questa dimensione particolare della mente. Attraverso l’ipnosi o meglio la psicoterapia ipnotica possiamo avere accesso a quella chiave, perché è nello stato di “trance ipnotica” che troviamo la condizione più agevole al suo risveglio o sviluppo, soprattutto, alla sua esplorazione.
Si tratta di usare l’ipnosi, di entrare in contatto con l’inconscio e di favorire e permettere che possa esprimersi e dare poi, successivamente, un senso logico a quanto emerso: questo materiale proprio per la sua natura simbolica potrà essere oggetto di elaborazione e di rivalutazione nel corso di un percorso psicoterapeutico.
La psicoterapia è un contesto ideale dove trovare o ritrovare le proprie risorse creative.
La richiesta d’aiuto che riceviamo in psicoterapia, quasi sempre riguarda situazioni disfunzionali di stallo che generano dolore e sofferenza, poiché i tentativi messi in atto dai pazienti risultano ripetitivi e votati al fallimento.
Schiudere le porte della creatività implica la possibilità di osservare la realtà da prospettive nuove e cominciare a dubitare delle proprie certezze. Nel percorso di psicoterapia favorire il recupero o la riscoperta della creatività consente di “fare luce” sulla confusione che regna nei momenti critici ed è anche l’occasione di apprendimento per reimparare a creare e ricreare in continua evoluzione.
In questo processo, poi la capacità dello psicoterapeuta di mettere in gioco la propria creatività favorirà lo sviluppo della relazione terapeutica.
L’approccio psicoterapeutico che fa riferimento allo psichiatra Milton H. Erickson si accorda perfettamente sia con l’importanza che viene data alla creatività che con il concetto di sviluppo di risorse interne, non conosciute o non utilizzate. A partire dalle sue tecniche innovative e creative Erickson è stato il maestro indiscusso delle cosiddette tecniche indirette di induzione ipnotica: in questa ottica è importante sottolineare anche la capacità creativa dello psicoterapeuta nella strutturazione della terapia su misura per ciascun individuo, con la quale creare metafore ad hoc per ogni paziente, proprio perché nella differenza individuale si celano le diverse disposizioni creative.
A tal proposito, condividendo l’ottica ericksoniana, possiamo sostenere che durante la produzione creativa, sia essa nell’arte o nelle scienze o anche nelle professioni in generale, molte opere sono state create in quello “stato non ordinario di coscienza” (SNOC) definito “trance ipnotica”.
Durante la giornata tutti noi entriamo in questo stato a volte senza accorgercene, circa ogni 90 minuti, si tratta di quei momenti che chiamiamo di distrazione o di fissazione.
Nello stato di trance si manifesta la “dissociazione” tra mente cosciente e mente inconscia che trovano sede nei due emisferi cerebrali. La coscienza ha sede nell’emisfero dominante, generalmente il sinistro che controlla il sistema nervoso centrale e utilizza il pensiero razionale, mentre la mente inconscia ha sede nell’emisfero non dominante, generalmente il destro che è deputato al controllo del sistema neurovegetativo, qui ha sede il pensiero analogico, quello che entra in funzione quando sogniamo o fantastichiamo o immaginiamo: “chiudere gli occhi e richiamare un ricordo, oppure immaginare di trovarsi da un’altra parte, in un luogo particolarmente piacevole richiede di sospendere le facoltà critiche, cioè l’esame di realtà così che in quei momenti l’unica realtà veramente “reale” diventa quella che si crea in quel momento nell’immaginazione. Durante la trance ipnotica l’emisfero sinistro (mente conscia-razionale) è quasi disattivato, mentre l’emisfero destro (mente inconscia) è più attivo” (Rebuscini S. 2014).
Sospendere “l’esame di realtà” è un’altra importante capacità dell’emisfero cerebrale non dominante: “è la parte conscia (l’emisfero sinistro) che si occupa dell’esame di realtà. L’emisfero sinistro valuta criticamente tutte le informazioni sensoriali in entrata e le confronta con le conoscenze che ha accumulato in passato. Per riassumere: la parte conscia (l’emisfero sinistro) opera l’esame di realtà, l’inconscio (l’emisfero destro), no” (Shone R. 1982).
In misure e situazioni diverse tutti possiamo sperimentare la dissociazione nella vita quotidiana, come quando compiamo delle azioni in modo totalmente meccanico o come durante il sogno ad occhi aperti o ancora quando si è così concentrati in un compito da non rendersi conto di quanto succede intorno. Capita, frequentemente, guidando l’automobile su un percorso ben conosciuto, siamo talmente assorti in altri pensieri da non ricordare poi le strade che abbiamo percorso per arrivare a destinazione. Nella vita quotidiana la capacità di immaginare o fantasticare, quindi di dissociarsi dall’esterno è una funzione fisiologica utilizzata da tutti, questa capacità è connessa con la capacità di “assorbimento”, cioè quella condizione che ci permette di raggiungere un livello tale di concentrazione nello svolgere un’attività senza subire le interferenze dell’esterno.
“La dissociazione è un’attività psichica del tutto fisiologica, e, come ogni fenomeno fisiologico, è utile alla salute e alla sopravvivenza, finchè non raggiunga livelli disfunzionali, che la trasformano nel suo contrario, ovvero in un fattore patogeno (…). La dissociazione è un fenomeno comune a tutte le esperienze traumatiche, che consente inizialmente di poter gestire meglio l’emergenza e lo stress, dissociandosi da alcuni suoi elementi perturbanti” (Facco E. 2014).
Inoltre, “la dissociazione è di somma utilità nell’autoipnosi perché permette di trarre vantaggio da quella che è chiamata la ‘logica della trance’. Con questo termine si intende semplicemente dire che, nello stato ipnotico, si può simultaneamente percepire se stessi in una certa situazione (…) e sapere di starsene invece seduto in poltrona, senza trovare in ciò alcuna incoerenza”. (Shone R. 1982)
Creatività e capacità di immaginazione sono strettamente collegate tra loro, nello stato di trance ipnotica possiamo percepire pensieri o immagini come se fossero reali, il processo accade dentro di noi e quindi: “non ci può essere ipnosi a meno che la persona non ipnotizzi se stessa partecipando attivamente e volontariamente al processo. In quel senso, tutta l’ipnosi è autoipnosi” (Soskis D. A. 1987).
La possibilità poi di trasformare in positivo, cioè a proprio vantaggio, anche gli eventi più negativi, sta nella potenza creativa di ogni individuo che agisce come fanno gli artisti, essi: “traducono e trasformano (andando oltre l’interpretazione del fatto reale come appare nell’immediatezza) sia le loro esperienze di vita che i loro pensieri più intimi in un linguaggio condivisibile con gli altri, i quali possono comprendere il messaggio e rispondere emotivamente ed empaticamente all’opera artistica” (Rebuscini S. 2014).
“Creare è uno dei rimedi più efficaci per gestire il disagio dell’anima, giacché, in genere, permette di concretizzare qualcosa di positivo, di bello o di utile, qualcosa che mostra in modo palese ciò di cui possiamo essere capaci. Sviluppare la propria dimensione creativa permette all’individuo di stare meglio con se stesso, imparando a convivere anche con gli aspetti meno amabili della sua personalità” (Carotenuto A. 2000).
Ma l’aspetto interessante che alimenta la nostra dimensione creativa è dato dalla passione: “l’impeto passionale funge da nutrimento per la nostra anima, regalandoci quell’energia davvero indispensabile per agire nel mondo e sul mondo. I lavori e le opere davvero ‘creativi’ sono quelli che esprimono la nostra dimensione psicologica, la forza della nostra anima. Le persone capaci di vivere la propria creatività sono di fatto persone interiormente libere” (Carotenuto A. 2013).
Capacità immaginativa, creatività e sospensione delle facoltà critiche sono ingredienti indispensabili per le diverse applicazioni dell’ipnosi sia essa eteroindotta che autoindotta.
Interessanti sono anche le possibilità che si aprono con l’utilizzo dell’autoipnosi, intesa come ‘strada che porta in profondità nel proprio inconscio’ dove poter entrare in contatto con le diverse opportunità creative, da utilizzare in diverse situazioni.
“Con l’ipnosi neoericksoniana, caratterizzata proprio dall’utilizzo della creatività, le applicazioni dell’ipnosi, si possono modellare a piacimento anche su se stessi, quando si conoscono i propri canali preferenziali immaginativi e quando si è in grado di utilizzare la propria tecnica, che può essere di volta in volta personalizzata, per raggiungere lo stato di trance ipnotica desiderato” (Rebuscini S. 2015).
Esaminare la propria creatività in una condizione di trance ipnotica autoindotta, equivale ad esaminare a ritroso tutti i meccanismi di difesa che si incontrano nella esperienza di psicoterapia, quegli stessi meccanismi con i quali abitualmente conviviamo o utilizziamo spesso e volentieri. Ma mentre i meccanismi devono essere interpretati uno ad uno, all’interno di una relazione terapeutica e con la complessità che la situazione richiede, il pensiero creativo ha maggior raggio d’azione, non è obbligato a trattenersi, a compensare, a proiettare. La creatività in quanto situazione allegorica propone gli scenari in una dimensione ovattata, meno diretta, meno violenta, più percorribile anche per chi non ha una precisa formazione psicoterapeutica. In questo caso, l’autoipnosi può, quindi, essere considerata come un viaggio diretto dentro i propri stati d’animo, in una modalità protetta senza restare colpiti dal materiale che potremmo incontrare.
Per saperne di più contattare lo Studio della Dr.ssa Stefania Rebuscini
Bibliografia su richiesta
Pubblicato su Rivista Italiana di IPNOSI E PSICOTERAPIA IPNOTICA anno 38 n. 2 – 2018. Atti del XVII Congresso Nazionale A.M.I.S.I. Milano

